Edmond Locard1, uno dei padri delle moderne scienze forensi, enunciava nel 1910 la sua legge fondamentale: il principio di interscambio. Secondo questo principio ogni contatto lascia una traccia. La scena del crimine è muta solo per chi non sa cogliere la comunicazione non verbale tra il delitto e il suo autore. La scena del crimine è densa di segnali – tracce biologiche, segni, residui, contaminazioni batteriche… – che attendono di essere raccolti dal capace investigatore. E le scienze forensi che altro sono se non il bastone che il moderno rabdomante in camice bianco sfodera di fronte ad un corpo martoriato? Non è certo di oggi la ricerca di un aiuto “esperto”. Nella bottega da barbiere di Giangiacomo Mora, durante la caccia all’untore per la peste milanese del 1630, venne trovata «un aqua, in fondo alla quale vi è un’istessa materia viscosa e bianca, e gialla» . Il Senato milanese convocò dei “periti” perché analizzassero la sostanza rinvenuta nel pentolone abbandonato nel cortile della bottega, al fine di accertare se fosse o meno il comune smoglio da bucato come sostenuto da Mora.
Vennero così ascoltate due lavandaie professioniste. La prima, Margherita Arpizanelli, riferì che si trattava di smoglio, ma non puro, perché a suo dire vi si potevano scorgere «delle furfanterie». La seconda, Giacomina Andrioni, affermò essere smoglio, ma con delle «delle alterazioni», con le quali si potevano fare «gran porcherie, e tossiche». Per maggior certezza, si acquisì anche il responso di Archileo Carcano, fisico collegiato, secondo il quale, addirittura, la sostanza rinvenuta non era smoglio, anche se, poco professionalmente, tagliò corto con un’affermazione del genere: ma io non ho osservato troppo bene . La tortura provvide a togliere ogni residuo dubbio.
Se non è una novità la prova scientifica o ritenuta tale, è di oggi la convinzione che la questa abbia raggiunto soglie di attendibilità e potenza tali da rivoluzionare il campo delle investigazioni.